sabato 23 luglio 2011

Tra Sogno e Realtà


Q
uella mattina, alzandomi, trovai la porta di casa aperta. Uscii sul pianerottolo e vidi subito un ambiente grande, sproporzionato. Le porte degli ascensori erano gigantesche. Le piante vicino alle porte, enormi. Guardai i gradini di marmo bianco variegato delle scale, e li vidi altissimi, grandi quasi come me. Cosa era successo? Non lo sapevo e non sapevo spiegarmelo. Una grande angoscia mi invase. Scendendo quegli enormi gradini mi sentivo leggerissimo e agile come mai mi ero sentito prima.
Giunsi al pianterreno in pochi balzi e vidi un mio vicino di casa, altissimo e gigantesco, che guardandomi con occhi sorpresi, mi scacciò, gridando e sbattendo il portone.
Mi nascosi in un angolo poco illuminato e mi fermai.
Alcune persone salivano e scendevano le scale, con fare insolito. Qualcuno mise un tavolino all’ingresso, e su di esso un quaderno e una penna.
Saltai sulla finestra e sbirciai il quaderno. Lessi allora il mio nome e due date. La mia data di nascita e, vicino, un’altra data. Capii che era la mia data di morte. Ero morto ed ora ero lì, per caso o per disegno, nelle sembianze di un gatto nero. Infatti notai le mie zampine scure dotate di artigli e, girandomi, vidi una grossa coda pelosa che mi faceva da timone nelle curve veloci.
Vidi la mia immagine sfocata riflessa sul vetro sporco del portone, e non ebbi più dubbi. Alcuni vecchi professori di filosofia, avevano ipotizzato che nella reincarnazione non si ricordava più la vita precedente. Forse ero una eccezione.
Al di la della strada vidi il gatto fulvo del custode della scuola, vestito col manto invernale, fitto e denso, lui viveva all’aperto, che mi osservò con occhio interrogativo. Capì subito chi ero e mi salutò guardandomi negli occhi. I gatti si capiscono e trasmettono i loro pensieri solo guardandosi negli occhi gialli, verdi, fosforescenti.
Mi disse di stare tranquillo, il mondo era grande per tutti. Ai piedi di una scala di pietra bianca, sotto  un muro, vidi una un’apertura dove mi infilai, in cerca di riparo. Il mio pensiero corse ai miei cari, dai quali mi ero staccato, per proseguire il mio percorso individuale verso la meta ultima, ancora a me incognita.
Entrai in un grande antro, sotto al palazzo dove abitavo da uomo, colmo di scarti e di rottami, coperti da uno strato di terriccio, trasportato in quel luogo prima della costruzione del palazzo dove avevo abitato.
Su una enorme piramide di rifiuti, un grosso topo viveva godendo della sua ricchezza fatta di spazzatura e di materie immonde e puzzolenti. Era circondato da una corte di topi ammiratori e da topine adulatrici, attirate dalla sua opulenza. Fuggii in cerca di aria pulita, e, scoperto un tunnel sotterraneo, raggiunsi le sponde del torrente dove acque bianche e impetuose scorrevano verso il mare. Lì una città di casupole improvvisate mi accolse. Piante verdi e fiori rossi e gialli crescevano ovunque. .
Uomini e donne con vestiti colorati e bimbi rubicondi e anziani dai capelli lunghi e bianchi mi accolse, ridendo, dandomi un tozzo di pane raffermo ma gradito.
 Non avevo ancora mangiato, da gatto. Mi adottò una bimba di nome Esmeralda e mi amò e io da gatto fedele la amai per lunghi anni. Le stagioni si susseguivano. Veniva il freddo e la neve, poi il tiepido sole e i fiori, l’erba verde, i passeri, i merli canterini dal becco giallo, le eleganti gazze bianche e nere e i colombi e poi i gabbiani. Esmeralda ebbe una famiglia e mi portò con se nella nuova baracca. Passarono gli anni. Per ciascun anno di vita di Esmeralda, io ne trascorrevo sette.  Poi una mattina mi svegliai volando su nel cielo azzurro verso le fredde terre dei miei avi, tra fiordi e foreste bianche di neve da dove un giorno lontano, gabbiano, ero partito. Mi svegliai col sole, che filtrando i suoi raggi, attraverso la tenda esotica, dono di un’amica del Magreb, cangiava la sua bianca luce in raggi rosso ocra che ricordavano la sabbia del deserto. La mia gatta, puntuale come tutte le mattine, miagolando, un po’ indispettita per il ritardo, mi ricordò che dovevo alzarmi per darle i suoi crocchini da mangiare. Alzandomi vidi il sole che sorgeva vicino le ciminiere della grande fabbrica. Preceduto dal passo lento di Nikita, mi recai presso il luogo dove c’era la sua ciotola e versai un po’ di cibo mentre, per ringraziarmi, sfiorava, col suo morbido musetto, la mia mano.

Gaetano Donato




Between Dream and Reality.
That morning,  when I get up, I found the door of my house opened. I went out in the landing and, at once, I saw a big and very deep place. The elevator doors were huge. The plants near the doors, very high. I looked at the white varied marble steps of the stairs, and I saw them very big, perhaps like me. What  happened? I didn’t know and I couldn’t explain it. A great fear came over me.

While I was going down those huge steps I felt very light and nimble as never I felt before. I arrived down on the ground floor with few jumps and I saw a neighbor of mine, very tall and gigantic, that looking at me with surprised eyes,  drove me, shouting and slamming the door.
I hid out in a dimly lit corner and stopped.
Some people went up and down the stairs, doing unusual. Someone put a small table at the entrance, and on it a notebook and a pen.
I jumped on the window and glanced at the notebook. Then I read my name and two dates. My date of birth and, nearby, another date. I realized that  it was my date of death. I was dead and now I was there, by a chance or by a plane, in the likeness of a black cat.
In fact I noticed my little dark paws provided with  claws, and turning, I saw a big fluffy tail I used as a rudder in the fast corners. I saw my blurred image reflected in the dirty glass of the main door, and I had no more doubts.
Some older professors of philosophy, had speculated that in the incarnation we could not remember the previous life. May be I was an exception.

 Beyond the road I saw the fawn cat of the caretaker of the school, dressed with winter coats, thick and dense, he lived outside, that  looked at me with questioning eyes.
He, looking at me, knew immediately who I was,  and greeted me. Cats understand and convey their thoughts just by looking into their yellow, green, phosphorescent eyes .
He told me to don’t worry, the world was so great for everyone.

At the foot of a staircase of white stone, under a wall, I saw an opening where I crawled in search of shelter.

My thoughts ran to my loved ones, from which I get away, to continue my personal journey toward the ultimate destination, still unknown to me.

I got in a large cave under the building where I lived as a man, full of waste and scrap, covered with a layer of soil, transported in that place before the construction of the building where I lived.

On a huge pyramid of waste, a big rat lived enjoying his wealth made ​​of trash and unclean and smelly materials. He was surrounded by a court of fan rats and flattering small mice, attracted by his opulence.

I ran away searching  clean air, and discovered an underground tunnel, and I reached the banks of a river where white and rushing waters were flowing towards the sea.
 There, a city of modest little houses, suddenly, welcomed me. Green plants and red and yellow flowers were growing everywhere.
Men and women with colorful dresses and ruddy children and old men with long and white hair greeted me, laughing, giving me a crost of stale, but appreciated  bread.   I had not yet eaten as a cat.
A little girl, named Esmeralda, adopted and loved me, and I, as a  faithful cat, loved her for many years.
The seasons followed one another. It was cold and snow, then the warm sunshine and flowers, green grass, sparrows, singing blackbirds with the yellow beak, the elegant black and white magpies and the pigeons, and then the seagulls.
Esmeralda had a family and took me with her in the new cabin.
Years passed. For each year of Esmeralda’s life, I spent seven ones.
Then one morning I woke up in the blue sky flying towards the cold lands of my ancestors, among  fjords and white forests with snow, from where one day, seagull, I left.

I awoke with the sun which filtered its rays through the exotic tent a friend of the Maghreb gift us, changing its white light into red ocher rays, which reminded me the desert sand.
My cat, punctual, as every morning, meowing, a little vexed for the delay,  remembered me I had to get up and give her some cookies to eat.
Getting up I saw the sun rising near the chimneys of the big factory. Preceded by the slow step of Nikita, I went in the place where her bowl was and poured some food, while, for thanking me, she touched lightly my hand with her soft little muzzle.

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domenica 15 maggio 2011

Il Pescivendolo Gentile

S
Filippo "Il Pescivendolo Gentile"
ono fredde le mattine in queste ultime giornate di Aprile. Ha piovuto molto nei giorni scorsi e stamane un’aria frizzante ci avvolge uscendo di casa. Gli abeti del nostro giardino hanno emesso dei germogli verde chiaro  che come le candeline degli alberi natalizi, abbelliscono i loro rami. Il gatto nero che vive nella scuola di via Scotellaro, traversa la via col semaforo verde, memore della fine precoce di certi suoi amici felini. Un mio vicino di casa, terrorizzato alla vista del micio nero, fa un brusco dietro front, e, pur di non incontrarlo, va fino in corso Vercelli, allungando di diversi chilometri. Dice di non essere superstizioso, ma prudente.
Ci rechiamo alla Falchera a trovare Filippo, pescivendolo gentleman, solitario e gentile che gestisce il suo banco sotto la grande tettoia di cemento che ripara il mercato.
Filippo è un antico signore dai modi anglosassoni e gentili che venendo da un paese lontano, decide di assolvere ad una missione: fare il pescivendolo alla Falchera.
Quando giungiamo sul posto prendo nota di coloro che aspettano il loro turno.
Osserviamo la merce esposta. Calamaretti, seppie, alici, branzini, bianchetti, polipi…
Un avventore si rivolge al pescivendolo:
“Filippo, per favore, dammi due etti di alici, grosse, se puoi, sai, sono malato di cuore”. Filippo, con voce flebile: “Va bene!” “E dammi anche 1euro di gamberi, ma senza testa”. Filippo, sussurrando: “Va bene!” dopo altri due avventori, tocca a noi. Prendiamo dei calamaretti, che piacciono al figlio, dei gamberetti e dei bianchetti.
Filippo tossisce: “Etciù! Cchou! Chou!”. Si schernisce chiedendo scusa. Un signore, giovane pensionato dai capelli grigi: “Filippo, vuoi una sigaretta?”. Gli astanti abbozzano un sorriso, per educazione, per compiacere lo spiritoso comico di turno.
Una signora a me vicina: “Non fumo più da vent’anni!”. “Io da trenta, signora!” Lei: “Il medico mi disse: Se vuoi vivere devi smettere di fumare. Io misi su un piatto della bilancia la sigaretta, e nell’altro piatto i miei otto figli. Scelsi i miei figli! – Come fa i bianchetti? A polpette? Io metto pan grattato, formaggio, prezzemolo, se le piace aglio, sale e pepe.” “Si signora, io aggiungo l’uovo per legare e perché gli da un buon gusto!” – “Allora li fa come me! Oh! Come sono buoni!”
Filippo, come un esperto barista che fa roteare e girare, con stile, le bottiglie di aperitivi e lo sheker, affonda le sue lunghe e affusolate mani nella cassetta dei bianchetti, e con una mezza giravolta le imbuca in un sacchetto. Estrae le alici che tiene a bagno in una vaschetta, e, dopo averle fatte navigare ancora per un attimo, le imbusta per noi. Poi come un prestigiatore che tira fuori da un cilindro, un imprevedibile coniglio, lui, con fare grazioso, ci regala due rosse triglie, con un sorriso, mettendole nel nostro sacchetto. Una rossa triglia siciliana, sdraiata sulla cassetta, con la testa bene in vista, fa l’occhiolino alla signora che aveva chiesto dei bianchetti. La signora, che dice di chiamarsi Loredana, chiede allora a Filippo se le sue triglie fanno tutte l’occhio di triglia. Un gambero nella cassetta vicina, rivolgendosi alla triglia: “Sei fritta!” Le alici, vicine di banco esclamano: “Siamo rimaste al verde!” Loredana a cui piacciono le alici al verde, ne prende mezzo chilo. Prende quindi i sacchetti con quel ben di Dio da portare a casa, dove l’attende il suo maritino e i suoi otto figli, salvati dal fumo.
“Grazie, Filippo, quanto le dobbiamo?” Chiediamo noi, nel frattempo. Schernendosi e un po’ arrossendo, dice una cifra, a voce bassissima, che nessuno sente, perché nessuno conosce  il labiale. Loredana capisce e traduce per noi a voce alta. Qualcuno scherza: “Filippo, comprati un megafono!”. Mi porge sorridendo i pacchetti col pesce. “Grazie Filippo, arrivederci! È sempre un piacere venire a trovarti!”
Gaetano Donato

sabato 30 aprile 2011

Trasferta a Parigi

7 Gennaio 1986 – Trasferta a Parigi –                                  

L
unedì mattina sveglia alle 6,00 per Gaetano. Deve infatti recarsi presto al lavoro per ricevere dal direttore le ultime indicazioni per la prossima trasferta a Parigi.
Anche Gigliola si alza  presto. Deve portare il piccolo Lorenzo al nido e poi andare al Consultorio Familiare dove presta la sua opera come Vigilatrice d’Infanzia.
Gaetano non è molto loquace al mattino, pensa già al suo incarico che lo terrà lontano da casa per circa un mese. Beve il caffè, prepara il panino per la colazione, bacia Gigliola e Lorenzo che ancora dorme, scende le scale a piedi ed esce in strada respirando l’aria fresca del mattino.
Si reca nell’edicola sotto casa dove già Vittorio lavora da qualche ora e, preso il solito quotidiano, sale in macchina per raggiungere la “Nebiolo” a Settimo Torinese.
Nei pressi dello stabilimento nota che in un piccolo spiazzo staziona ancora Loredana, una signora che trascorre le serate facendo compagnia a chi si sente solo. E’ una vecchia conoscenza. Anni prima, in occasione di vertenze sindacali, veniva a scaldarsi al fuoco di bivacco che gli operai in sciopero accendevano nella stagione invernale, per combattere il freddo e la rabbia.
Saluta la guardia, entra nel posteggio e con il giornale sottobraccio e il panino in tasca si reca sul posto di lavoro. Ama arrivare presto, così ha tutto il tempo di leggere le notizie fresche e fare colazione.
Raffaele, il collega friulano con cui deve recarsi a Parigi, arriva di solito intorno alle 7,29. La campana suona alle 7,30. Sempre di corsa ma allegro e di buon umore.
Si recano subito dal direttore.
“Buon giorno ragazzi!” – “Buon giorno signor Moretti” – “Ecco, vi ho preparato i documenti e tutte le notizie che vi servono, quando finite la parte meccanica vi raggiungerà l’elettricista e alla fine arriveranno i collaudatori. Mi raccomando cercate di metterci tutto l’impegno possibile. E’ un cliente importante.”
Raffaele e Gaetano sono montatori meccanici di macchine da stampa.
Il loro compito è quello di montare presso il cliente la macchina che avevano già costruito in sede: una macchina da stampa offset chiamata “INVICTA 44 V”. Una quattro colori, molto bella che stampa fogli di grande formato.
Preparata l’attrezzatura, ritirati i soldi della trasferta e espletate le ultime formalità, Raffaele e Gaetano si salutano dandosi appuntamento per la mattina dopo, alle 7,00 all’aeroporto di Caselle.

L’aereo parte alle 8,00 e dopo circa un’ora atterra all’aeroporto Charles De Gaulle.
Con un taxi raggiungono la tipografia “A..Press” dove li aspetta M. lle Madeleine  Charonne, la titolare dell’azienda.
Alloggiano al solito albergo “Hotel Royal Navarin, In rue de Navarin, dove si recano per portare i loro bagagli e depositare in cassaforte il denaro affidatogli per la trasferta. Alla reception c’è sempre Roselyne Gomez, una ragazza peruviana che già da tempo lavora all’hotel. Quando Gaetano va  a Parigi va sempre a trovarla. Tra loro si è instaurata una certa amicizia. Gli ha già fatto da guida, quando anni addietro è venuto a Parigi per lavoro. Gli stringe calorosamente la mano e gli sfiora le guance con un bacio.
“Hola Roselyne, como estas?” – “Muy bien, querido, y tu?” – “Bastante bien, gracias, estoy aquì por un trabajo de acerca de un mes.”
“Roselyne, ricordati che hai promesso di portarmi a vedere il “Louvre” –
“Non dimentico le promesse, querido, anche a me interessa visitarlo! E poi adesso c’è un ristorante peruviano molto interessante, se vuoi possiamo andare con Raffaele” –
“Provo a dirglielo, ma sai, lui è tradizionalista, come i friulani, e preferisce il Merlot e le costate alla brace!” –
“Hasta la vista  Roselyne, !” – “Hasta la vista, y suerte!”
“Good bye!” – “Good bye!”

La tipografia di M. lle Madeleine  Charonne è in un locale sito in rue Victor Meric, a Clichy.      
Troviamo la macchina già schierata nella sala dove dovrà poi operare. Sono cinque elementi stampa più un mettifoglio ed una uscitafogli, per un totale di circa 12 – 15 metri ed un’altezza di tre.
Il suo valore si aggira intorno ai tre miliardi di lire.
Contrariamente a quanto succede a Torino, al mattino, gli operai della tipografia, si ritrovano davanti alla macchina del caffè e si salutano calorosamente stringendosi la mano. Cosa per noi inusuale dal momento che ci si guarda a mala pena in viso senza profferir parola.
“Bon jour à tout le monde” – Dice Pierre, il macchinista della “Heidelberg”, e stringe una per una otto mani. “Bon jour!” – Rispondono in coro gli astanti. Gaetano e Raffaele si guardano in viso con un’espressione divertita. “Questi francesi ci insegnano le buone maniere.” Pensa Gaetano fra se. Dopo qualche battuta sulla “Juventus” e su Platini si inizia il lavoro.

Per recarsi al lavoro, al mattino, prendono due metro, attraversando la città in circa 20 minuti. Sul metro la gente corre sempre, sulle scale, lungo i marciapiedi, nelle stazioni. Nelle carrozze la gente in piedi, attaccata alle maniglie, ad ogni fermata scende per agevolare chi lascia la vettura, per poi risalire. “Raffaele, non ti sembra la risacca delle onde del mare che salgono sulla rena per poi ritirasi con un movimento che non finisce mai?” – Raffaele ancora non completamente sveglio e vagamente ascoltando l’amico, con voce fioca risponde: “Si mi sembra la risacca …. ma come ti vengono certe idee a questa ora? Sei proprio un poetastro!”
In fondo alla vettura alcuni artisti di strada improvvisano veloci rappresentazioni di arte varia: burattini, mimi, cantanti, poeti.
Nelle gallerie sotterranee suonatori di strumenti vari si possono incontrare.
E’ un’umanità che va veloce. Dove? Gaetano pensa che la destinazione sia sempre la stessa, in qualsiasi città del mondo.

Il montaggio della macchina prosegue. Di giorno in giorno la struttura prende forma.
 Sotto un certo punto di vista è un’opera d’arte. Questa enorme mole di ghisa e acciaio è così perfetta in ogni particolare. Il foglio di carta dopo aver percorso quasi venti metri trascinato da molti cilindri e curletti, alla fine del suo percorso ha una precisione di stampa con un massimo di un centesimo di millimetro di tolleranza. Il puntino tipografico è il migliore del mondo, anche se la velocità lascia un po’ a desiderare.

La Nebiolo, fondata nei primi del 900 da Giovanni Nebiolo e dal genio imprenditoriale dei fratelli Lazzaro e Giuseppe Levi, amanti delle scienze e studiosi delle moderne innovazioni, fu per molti anni un’importante azienda a Torino.
La Fonderia Caratteri, dove per alcuni anni aveva lavorato Gaetano, vantava alcuni tra i più prestigiosi disegnatori grafici e creatori di caratteri del mondo, come Alessandro Butti e Aldo Novarese.
Con l’avvento delle leggi razziali, la famiglia Levi, di origini ebraiche, fu colpita da questi vergognosi provvedimenti ed in seguito iniziò per l’azienda un lento ed inesorabile declino.

Un signore di origini italiane, nativo di Feltri, saputo della presenza di italiani, veniva a trovarli  in tipografia per scambiare con loro qualche parola nella  sua lingua madre.
Pierre, così si chiamava, era già in pensione e portava molto bene i suoi 75 anni. Aveva lavorato per molti anni alla Citroën come meccanico, ed in seguito aveva aiutato Raffaele e Gaetano a risolvere dei problemi tecnici.
“Allons boire un coup? Garcons?” – “andiamo a bere, ragazzi?” – andavano a bere al bar vicino un bicchiere di Pastis. Poi mentre Raffaele e Gaetano lavoravano, Pierre  narrava episodi della sua vita a Parigi, dove viveva da circa 50 anni e dove aveva conosciuto la moglie.
 Una sera erano andati insieme dal “Bolognese” a mangiare gli spaghetti, les escargots  e a bere un vero caffè.
Una sua frase rimase loro impressa nella memoria: “Voi italiani vivete per lavorare, mentre i francesi lavorano per vivere…” sotto questo punto di vista, Pierre aveva imparato molto bene dai francesi, infatti si concedeva un vita intensa e attiva.

A mezzogiorno andavano a mangiare a “Le Silex”, in rue Victor Meric,  da Katigia, soprannominata Madame Poulet perché spesso cucinava il pollo. Era una signora marocchina, corpulenta che intercalava il suo conversare con bicchieroni di birra. Per questo era sempre di ottimo umore.
Il marito era un ometto smilzo un po’ pelato che correva tra i tavolini portando le vivande. Gustarono degli ottimi couscous, falafel, kebab e altre ricette marocchine e francesi.
Mustafà, così si chiamava, vista la loro assiduità, promise loro che quando avrebbero finito il lavoro, avrebbe cucinato in loro onore il pesce alla griglia.
Giunto il fatidico giorno, Mustafà aveva preparato i pesci puliti sulla graticola. Quando a mezzogiorno arrivarono Raffaele e Gaetano, diede fuoco alla legna del focolare.
Di una cosa Mustafà si era dimenticato, che il camino dove intendeva cucinare i pesci era stato da tempo otturato. Passati cinque o dieci minuti, un fumo nero ed intenso si levò nell’aria riempiendo i locali della taverna e anche rue Meric.
Madame Katigia con una scopa in mano minacciò il povero Mustafà correndo tra i tavoli. Questi subito trasferì i pesci su un altro fornello e con l’aiuto di Gaetano e Raffaele spense il fuoco che aveva provocato quella improvvisa e torbida nebbia. Quei pesci rimasero impressi nella loro memoria e nei loro ricordi per lungo tempo.


Gaetano Donato